La cucina papale del XVII secolo

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Intrighi e lotte per il potere dei patrizi romani

La cucina romana aristocratica del ‘600 fa da sfondo alle lotte per il potere delle principali famiglie patrizie dell’Urbe che, con ogni mezzo lecito o illecito, si contendevano seggi papali e cardinalizi e cariche pubbliche.

Barberini, Borghese, Colonna, Farnese e molti altri, impegnati nella lotta per accrescere il prestigio della propria casata , realizzarono a Roma e dintorni splendide ville, eleganti palazzi e magnifiche opere pubbliche , ovviamente a spese del pubblico erario.

Allestimento sfarzoso di un banchetto con servizio alla francese e trionfi e carro allegorico

Banchetti sfarzosi

La mensa aristocratica del XVII° secolo rispecchiava queste manie di grandezza con la preparazione di sontuosissimi banchetti.

Ispirata ad un modello di cucina internazionale, come d’altra parte i maggiorenti romani provenivano da nazioni diverse, consisteva in un uso smodato di carni di prima scelta e ricercate selvaggine, spezie esotiche e salse originali, il tutto composto e presentato con grande senso estetico quasi fossero statue barocche.

Una testimonianza significativa di questi succitati banchetti viene da Vittorio Lancellotti da Camerino, scalcatore (colui che sceglieva e presentava i piatti) del cardinale Ippolito Aldebrandino nella sua villa di Frascati.

Il cardinale era solito ricevere con magnificenza alti prelati e teste coronate ai quali propinava in due servizi di credenza (antipasto e dessert) e sette di cucina per un totale di circa quaranta portate.

Per ricevere papa Urbano VIII, committente della famosa fontana di Trevi e perciò odiato dal popolo per le troppe tasse, fece preparare un grande baldacchino tappezzato di preziosi damaschi e stoffe pregiate, con tovaglie ornate di filo d’oro sulle quali erano riprodotti gli stemmi nobiliari degli aristocratici commensali.

Un menu pantagruelico

Pasticci di tacchino, presciutti e biancomangiare, fagiani arrosto e dolcetti di marzapane servirono da antipasto anticipando zuppe e minestre a base di brodo di cappone.

La successione previde una lunga serie di carni lardate, speziate e condite di funghi, tartufi, uova, formaggio e canditi. Ne fu prova il pasticciotto all’inglese, pasta sfoglia ripiena di polpettone di cappone e polpe di piccione, animelle, cervella di vitello, parmigiano, fette di prosciutto, tartufi, pistacchi, cedro candito e rossi d’uova.

Nel secondo servizio di credenza furono dati pasticceri di pasta frolla ripieni, cialde, cotognate, composte e marmellate, oltre a castagne con sale e pepe, olive e finocchi.

Curiosità del galateo

Al banchetto in questione parteciparono anche nobili e notabili, ma, seguendo l’etichetta, essi non potevano pranzare che in una sala attigua a quella principale non prima che i prelati avessero finito e si fossero ritirati nei propri appartamenti.

La stessa regola valeva per i notabili, cosicché i palafrenieri e le guardie svizzere dovettero aspettare notte fonda per mettere qualcosa sotto i denti, essendo la qualità e la quantità del cibo legato al rango del commensale le cui porzioni venivano rigorosamente misurate.

Una buona forchetta

Papa Urbano VIII, infatti, pare fosse avido anche a tavola: dopo dieci portate di arrosto mangiò un salame intero e quattro tordi arrostiti. A lungo gli storici hanno dibattuto sulla voracità papale ma in quei secoli mangiare con buon appetito era una dimostrazione di forza e di potere nonché di salute, di capacità e forza per poter reggere la Chiesa.

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